C’era una. Una volta. Aveva una professione, anche. Faceva la collaudatrice di materassi. Non nel senso che pensate voi. Non testava sacchi trapuntati e imbottiti con pirotecniche capriole in letti…
Dopo di noi, il diluvio.
C’era una. Una volta. Aveva una professione, anche. Faceva la collaudatrice di materassi. Non nel senso che pensate voi. Non testava sacchi trapuntati e imbottiti con pirotecniche capriole in letti…
Dopo di noi, il diluvio.
Forse ha un’altra.
Lui.
Forse.
Ha.
Un’altra.
E a me fa male la testa.
E lo stomaco.
E mi trema un po’ la gamba.
Ah no. È il cuore.
«Mio padre era bellissimo, sembrava un avvocato, poi ha cominciato a vestirsi con il maglione, come Guccini. Ai tempi di Storia di un Impiegato Cossiga era convinto che fiancheggiasse un gruppo armato. Invece finì per innamorarsi dei suoi rapitori, e dopo che mio nonno aveva sborsato un miliardo per farlo liberare, non voleva costituirsi parte civile». Ricorda: «Bob Dylan era in Italia, e voleva conoscerlo. Ma mio padre disse di no perché non era sicuro dell’interprete. Era la persona più fragile e insicura del mondo, era un grande perché era il carnefice di se stesso».
Cristiano De André.